{"id":443,"date":"2024-11-15T17:46:29","date_gmt":"2024-11-15T17:46:29","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/?p=443"},"modified":"2025-06-27T19:15:53","modified_gmt":"2025-06-27T19:15:53","slug":"carlo-levi-e-la-lucania","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/?p=443","title":{"rendered":"Carlo Levi: dall\u2019esperienza di confino al racconto delle \u201cdesolate terre di Lucania\u201d"},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>di Rocchina Filippo<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Supervisione prof. Paolo Rondinelli<\/strong> <\/h4>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Carlo Levi: <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em><\/strong> <\/h2>\n\n\n\n<p><em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli <\/em>\u00e8 un romanzo di Carlo Levi, pittore e scrittore del Novecento che per la sua attivit\u00e0 antifascista, fu confinato in Lucania dalle autorit\u00e0 dell\u2019epoca, prima a Grassano e poi ad Aliano, paesino dell\u2019entroterra lucano che egli nel libro chiamer\u00e0 Gagliano, imitando la pronuncia del dialetto locale. Durante quel soggiorno Levi ebbe la possibilit\u00e0 di conoscere la realt\u00e0 di quei luoghi, entrando profondamente in contatto con le condizioni di miseria vissute dai contadini. Levi rimase quasi folgorato da questa umanit\u00e0 remota tanto da iniziare una sorta di processo di conoscenza di s\u00e9 stesso proprio a partire da ci\u00f2 che conobbe in questo periodo della sua vita. \u00c8 proprio ad Aliano, paese devastato dalla malaria e dalla povert\u00e0, che egli si rende conto che in questi luoghi la modernit\u00e0 sembra essere sconosciuta cos\u00ec come il messaggio cristiano. Viene a conoscenza anche del fatto che il sistema feudale medioevale, all\u2019epoca superato di gran lunga nelle grandi citt\u00e0, \u00e8 in realt\u00e0 ancora radicato nella vita dei cittadini di questo piccolo borgo dove questi sono ancora divisi in contadini e proprietari terrieri, responsabili assoluti della povert\u00e0 degli \u201cultimi\u201d. Il confino ad Aliano sar\u00e0 interrotto da un lutto familiare che costringer\u00e0 l\u2019autore a ritornare nella sua Torino e a rendersi conto di come l\u2019esperienza di confino lo abbia profondamente cambiato. Sin da principio dalla parte dei contadini, una volta arrivato l\u00ec, Levi ha come scopo il raggiungimento di due obiettivi: denunciare le condizioni disumane di vita degli \u201cultimi\u201d e descrivere questo mondo, questa civilt\u00e0 arretrata ma ricca di storie, aneddoti, misteri che segneranno profondamente la vita dell\u2019autore. Italo Calvino di lui scrive: \u00abLa peculiarit\u00e0 di Levi sta in questo: che egli \u00e8 testimone della presenza d\u2019un altro tempo all\u2019interno del nostro tempo, \u00e8 l\u2019ambasciatore d\u2019un altro mondo all\u2019interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori dalla storia di fronte al mondo che vive nella storia. [\u2026] \u00c8 un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d\u2019un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono pi\u00f9, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo pi\u00f9 complesse e pi\u00f9 elementari. [\u2026] In questo senso ho parlato di Carlo Levi come d\u2019un ambasciatore del mondo \u201ccontadino\u201d presso il nostro mondo urbano\u00bb<a id=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>1. Un poeta-pittore: Carlo Levi<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Nel 1946, Fortunato Bellonzi scrive: \u00abLevi non \u00e8 un pittore che scrive ma uno scrittore che dipinge\u00bb. La dichiarazione del critico suona come un pronostico su quello che sar\u00e0 il vero successo dell\u2019artista: la scrittura. Durante la permanenza prima a Grassano, e poi ad Aliano, a causa del confino, Levi dipinge quelle che saranno le sue opere pi\u00f9 famose, circa settanta quadri che esprimevano le sue prime forme di interesse nei confronti della vita del mondo contadino. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>2. La Lucania vista con gli occhi di Levi: tre dei suoi dipinti<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p><strong><em>La Santarcangelese<\/em><\/strong> L\u2019opera risale al 1936 ed \u00e8 conservata presso il Museo Nazionale di Matera. Nella protagonista \u00e8 possibile riconoscere Giulia Venere, la governante di Levi spesso descritta in <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em>, sia per le caratteristiche fisiche che per alcuni aspetti del carattere. Di lei l\u2019autore scrive: \u00abEra una donna alta e formosa con un vitino sottile come quello di un\u2019anfora, il petto e i fianchi robusti, con gli occhi neri ed opachi, la bocca con le labbra sottili. (pp91).<a id=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Levi descrive anche i suoi modi di pensare e l\u2019atteggiamento nei suoi confronti; infatti: \u00abSe le chiedevo di posare non aveva mai tempo: capii che c\u2019era qualche oscura ragione che la impediva\u2026 Capii allora che la sua ripugnanza aveva una ragione, ed essa stessa me lo conferm\u00f2\u00bb. <br>Un ritratto sottrae qualcosa alla persona ritratta, l\u2019immagine, e, proprio per questa sottrazione, il pittore acquista un potere assoluto su chi ha posato per lui. <br>Dal dipinto emerge l\u2019atteggiamento schivo della donna che tiene lo sguardo rivolto verso il basso, verso il figlio, tenuto in braccio come un Ges\u00f9 Bambino tra le braccia di una Madonna lucana. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"498\" height=\"705\" src=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-444\" srcset=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-1.jpg 498w, https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-1-212x300.jpg 212w\" sizes=\"auto, (max-width: 498px) 100vw, 498px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Lucania \u201961<\/strong> <\/h3>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"725\" height=\"488\" src=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Lucania.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-445\" srcset=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Lucania.jpg 725w, https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Lucania-300x202.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019opera \u00e8 interamente dedicata a Rocco Scotellaro, amico, scrittore, poeta e sindaco di Tricarico. Pallido in volto a causa della malaria, egli \u00e8 ritratto al centro, circondato dalla sua gente; quella gente umile che non ha mai perso la speranza di poter ottenere una condizione di vita migliore. Nel dipinto si possono scorgere animali simbolici della vita contadina, come l\u2019asino e le pecore. Significativa \u00e8 inoltre l\u2019attenzione riservata al paesaggio, caratterizzato dai tipici \u201ccalanchi\u201d e dalle tristi abitazioni della povera gente comune.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">La fossa del bersagliere<\/h3>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"754\" height=\"607\" src=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-446\" srcset=\"https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-2.jpg 754w, https:\/\/blog.unicollegessml.it\/wp-content\/uploads\/2024\/11\/Immagine-2-300x242.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 754px) 100vw, 754px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><em>La fossa del bersagliere <\/em>\u00e8 uno dei dipinti in cui&nbsp; si nota maggiormente l\u2019adesione di Levi alla pittura del paesaggio del vero: egli sceglie come soggetto il dirupo che vede dal terrazzo della propria abitazione, mettendone in risalto le caratteristiche principali, come la presenza del terreno argilloso riscontrabile nei colori utilizzati. Osservando l\u2019opera, emerge chiaramente la volont\u00e0 di dare dignit\u00e0 artistica ai caratteri semplici e umili della terra che lo ospita. Di questa Levi scrive: &#8220;La Fossa del Bersagliere \u00e8 piena d\u2019ombre, e l\u2019ombra avvolge i monti viola e neri che stringono d\u2019ognintorno l\u2019orizzonte. Brillano le prime stelle, scintillano di l\u00e0 dall\u2019Agri i lumi di Sant\u2019Arcangelo, e pi\u00f9 lontano, appena visibili, quelli di qualche altro paese ignoto, Noepoli forse, o Senise. La strada \u00e8 stretta, sulle porte stanno seduti i contadini, nel buio che sale. Dalla casa del morto giungono i lamenti delle donne. Un brusio indistinto mi gira attorno in grandi cerchi, e di l\u00e0 c\u2019\u00e8 un profondo silenzio. Mi par d\u2019essere caduto dal cielo, come una pietra in uno stagno&#8221;. (p. 18)&#8221;. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>3. Il tema del lutto nel Meridione<\/strong> <\/h2>\n\n\n\n<p>Durante il suo esilio lucano, Levi rimase fin da subito stupito dalla presenza, sull\u2019uscio della maggior parte delle abitazioni di Gagliano, di veli neri simboleggianti i numerosi lutti che colpivano le famiglie e che dovevano essere mantenuti finch\u00e9 non fossero il tempo, le intemperie, il sole e la pioggia a farli sbiadire e quindi ad annullarli. La morte costituisce l\u2019evento che nessuna civilt\u00e0 pu\u00f2 superare. L\u2019uomo stesso, dinanzi alla morte, \u00e8 impotente e quindi sente il bisogno di non tenere per s\u00e9 il proprio dolore, ma di condividerlo con i propri cari. In un contesto come quello dei piccoli paesi della Basilicata la condivisione del dolore finisce per coinvolgere l\u2019intera ristretta comunit\u00e0. L\u2019autore, infatti, scrive: &#8220;Verso l\u2019alba il malato di avvi\u00f2 alla fine. Le invocazioni e il respiro cambiarono in un rantolo, e anche quello si affievol\u00ec a poco a poco, con lo sforzo di una lotta esterna e cess\u00f2. Non aveva ancora finito di morire che gi\u00e0 le donne gli abbassavano le palpebre sugli occhi sbarrati, e cominciavano il lamento. Quelle due farfalle bianche e nere, chiuse e gentili, si mutarono d\u2019improvviso in due furie. Si strapparono i veli e i nastri, si scompigliarono le vesti, si graffiarono a sangue il viso con le unghie e cominciarono a danzare a grandi passi per la stanza battendo il capo nei muri e cantando, su una sola nota altissima, il racconto della morte [\u2026] Era impossibile ascoltarla senza essere invasi da un senso di angoscia fisica irresistibile: quel grido faceva venire un groppo alla gola, pareva entrasse nelle viscere&#8221; (p.199).<\/p>\n\n\n\n<p>La crisi individuale diventa un pianto collettivo che si manifesta attraverso i riti e le regole del lamento funebre. Ernesto De Martino, antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano, interpreta questo fenomeno nel libro <em>Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria<\/em>, dove si comprende che i tratti pi\u00f9 significativi del rituale descritto da Levi rivelano che la morte non pu\u00f2 essere un fenomeno neutro e impersonale. Muovendo da un punto di vista antropologico e non letterario, De Martino analizza il fenomeno confrontando i riti lucani con quelli calabresi e sardi fino a giungere in Romania, alle frontiere del Caucaso. La conclusione a cui giunge il celebre antropologo \u00e8 che le origini di simili riti risalgono all\u2019antico Egitto, alla Mesopotamia e al mondo dell\u2019antica Grecia. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>4. La figura della donna per Levi: le donne di Gagliano<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I contadini sono caratterizzati da una morbosit\u00e0 e da un attaccamento nei confronti delle cose materiali che permane in tutte le fasi della loro vita. Tale attaccamento morboso si riflette nell\u2019atteggiamento che i contadini maschi adottano nei confronti delle donne. In loro \u00e8 presente un sentimento di maggiore rispetto nei confronti della figura materna che nei confronti della propria moglie. Considerata un\u2019utile propriet\u00e0, la moglie non solo si caratterizza per una forza paragonabile a quella di un mulo dedito al lavoro nei campi, ma anche per la possibilit\u00e0 di generare altra forza-lavoro. Il rapporto d\u2019intimit\u00e0 \u00e8 limitato alla procreazione e n\u00e9 al figlio maschio n\u00e9 alla figlia femmina viene data la possibilit\u00e0 di scoprire la propria personalit\u00e0. La donna, esclusa da qualsiasi evento esterno al focolare domestico, acquista un valore simbolico, la cui massima espressione \u00e8 rappresentata dalla verginit\u00e0 in cui \u00e8 racchiusa la dignit\u00e0 del suo essere donna e, in secondo luogo, della famiglia da cui proviene. Il forte senso di pudore che caratterizza le donne meridionali \u00e8 legato al fatto che, spesso, queste donne sono state costrette o quasi a vivere in una sola stanza, senza poter godere di uno spazio libero, di una \u201cstanza per s\u00e9\u201d \u2013 per citare Virginia Woolf \u2013 e al tempo stesso sono riuscite a tenere insieme la famiglia e a costruire un\u2019eredit\u00e0 fatta anche di riti e tradizioni per le generazioni future. Di questo Levi scrive: &#8220;L\u2019amore, o l\u2019attrattivit\u00e0 sessuale, \u00e8 considerata dai contadini come una forza della natura, potentissima, e tale che nessuna volont\u00e0 \u00e8 in grado di opporvisi. Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla pu\u00f2 impedire che essi si abbraccino: n\u00e9 propositi contrari, n\u00e9 castit\u00e0, n\u00e9 alcun\u2019altra difficolt\u00e0 pu\u00f2 vietarlo; e se per caso effettivamente essi non lo fanno, \u00e8 tuttavia come se lo avessero fatto: trovarsi assieme \u00e8 fare all\u2019amore. L\u2019onnipotenza di questo dio \u00e8 tale, e cos\u00ec semplice \u00e8 l\u2019impulso naturale, che non pu\u00f2 esistere una vera morale sessuale, e neanche una vera riprovazione sociale per gli amori illeciti. Moltissime sono le ragazze madri, ed esse non son affatto messe al bando o additate al disprezzo pubblico: tutt\u2019al pi\u00f9 troveranno qualche maggior difficolt\u00e0 a sposarsi in paese, e dovranno accasarsi nei paesi circostanti, o accontentarsi di un marito un po\u2019 zoppo o con qualche altro difetto corporale. Se per\u00f2 non pu\u00f2 esistere un freno morale contro la libera violenza del desiderio, interviene il costume a rendere difficile l\u2019occasione. Nessuna donna pu\u00f2 frequentare un uomo se non in presenza d\u2019altri, soprattutto se l\u2019uomo non ha moglie: e il divieto \u00e8 rigidissimo: infrangerlo equivale ad aver peccato. La regola riguarda tutte le donne, perch\u00e9 l\u2019amore non conosce et\u00e0 (p. 87)&#8221;. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>La magia: la fascinazione e altri rituali<\/strong> <\/h2>\n\n\n\n<p>Levi \u00e8 affascinato dalla conoscenza, da parte di Giulia, dei rituali che appartengono al mondo magico. De Martino parla del rituale della fascinazione, in dialetto lucano<em> fascinatura <\/em>o <em>affascino<\/em>. Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento e inibizione e al tempo stesso un senso di dominazione. Con il termine \u2018fascinazione\u2019 si designa anche la forza ostile che circola nell\u2019aria. I sintomi tipici di questo \u201cincantesimo\u201d sono caratterizzati da cefalgia, sonnolenza, spossatezza, ipocondria e rilassamento. La fascinazione comprende un agente e una vittima. Quando l\u2019agente \u00e8 un essere umano, si parla di \u2018malocchio\u2019, un\u2019influenza malvagia che consiste nello sguardo invidioso di qualcuno e pu\u00f2 avere un impatto pi\u00f9 o meno involontario<a id=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>. Il rito della fascinazione si fonda su un cerimoniale eseguito da veri e propri operatori della magia, solitamente le donne anziane, depositarie del rituale. L\u2019anziana signora inizia il rito facendosi il segno della croce, poi comincia a recitare la formula sottovoce facendo continuamente il segno della croce sulla fronte di chi dev\u2019essere liberato da quel malessere. La formula si ripete dalle tre alle nove volte. Al termine di ogni strofa si recita un<em> Pater<\/em>,<em> Ave <\/em>e <em>Gloria<\/em>, tutto sottovoce. A seconda del momento in cui cade lo sbadiglio della fascinatrice \u2013 se durante il <em>Padre nostro <\/em>o nelle altre preghiere \u2013 si deduce il genere dell\u2019autore o dell\u2019autrice della fascinazione, e cio\u00e8 di colui o colei che ha provocato la fascinazione. Se lo sbadiglio non arriva, se ne deduce che il mal di testa non \u00e8 frutto di fascinazione. <br>Alcune fascinatrici, per non prendere il mal di testa su di s\u00e9, utilizzavano delle forbici o un coltello per segnare la fronte della vittima e, alla fine di ogni strofa, gettavano lo strumento a terra. A volte, a fine rituale, si metteva dell\u2019acqua in un catino e l\u2019affascinato doveva prenderla con una mano e portarsela per nove volte sulla fronte; successivamente doveva buttarla ad un incrocio di strade. Il primo o la prima che fosse passata di l\u00e0 avrebbe preso su di s\u00e9 la fascinazione. La formula non poteva essere divulgata; le donne anziane, qualche volta, tramandavano questo rituale a una loro prescelta ma potevano farlo solo in occasione della domenica, del Natale e della Santa Pasqua. Levi scrive di Giulia dicendo: &#8220;Nella cucina pi\u00f9 misteriosa dei filtri, Giulia era maestra: le ragazze ricorrevano a lei per consiglio per preparare i loro intrugli amorosi. Conosceva le erbe e il potere degli oggetti magici. Sapeva curare le malattie con gli incantesimi, e perfino poteva far morire chi volesse, con la sola virt\u00f9 di terribili formule (p.93)&#8221;. <br>Appena arrivato a Gagliano, Levi viene avvertito dal podest\u00e0 di non accettare bevande e cibi dai contadini poich\u00e9 questi potevano metterci dentro un filtro ma l\u2019autore non segue questo consiglio: &#8220;[\u2026] ho affrontato ogni giorno il vino e il caff\u00e8 dei contadini, anche se chi me lo preparava era una donna. Se c\u2019erano dei filtri, forse si sono vicendevolmente neutralizzati. Certo non mi hanno fatto male; forse mi hanno, in qualche modo misterioso, aiutato a penetrare in quel mondo chiuso, velato di veli neri, sanguigno e terrestre, nell\u2019altro mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magia (p. 14)&#8221;. <br>Una delle peculiarit\u00e0 di Carlo Levi risiede nel fatto che egli non si \u00e8 mai rifiutato di ascoltare e di far proprie le credenze dei contadini lucani: \u00abAlcuni assumono questa mescolanza di umano e di bestiale soltanto in determinate occasioni. I sonnambuli&nbsp;&nbsp;diventano lupi, licantropi, dove non si distingue pi\u00f9 l\u2019uomo dalla bestia\u00bb<sup>2<\/sup> (pp.99). Nonostante esercitasse la professione del medico, Levi non ha mai vantato una presunta superiorit\u00e0 borghese. Si \u00e8 sempre anzi preoccupato che la cultura contadina venisse preservata e ha mostrato un sincero e umano interesse verso le persone pi\u00f9 umili. <br>L\u2019autore ripone particolare attenzione anche nei confronti dei riti sacri che i contadini riescono comunque a trasformare in una sorta di riti pagani. Egli infatti scrive: &#8220;Nel mondo dei contadini non c\u2019\u00e8 posto per la ragione, per la religione e per la storia. Non c\u2019\u00e8 posto per la religione, appunto perch\u00e9 tutto partecipa della divinit\u00e0, perch\u00e9 tutto \u00e8, realmente e non simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra. Tutto \u00e8 magia naturale. Anche le cerimonie delle chiese diventano dei riti pagani, celebratori dell\u2019indifferenziata esistenza delle cose, degli infiniti terrestri dei del villaggio (p. 102)&#8221;. <br>I contadini ripongono totale fiducia nella Madonna Nera di Viggiano, tuttora elemento cardine delle tradizioni sacre lucane festeggiata due volte l\u2019anno: la prima domenica di maggio, quando dalla Basilica sita in Viggiano, il simulacro della Vergine si muove in una lunghissima processione a piedi verso il Sacro Monte dove, nel santuario a Lei dedicato, vi rester\u00e0 per tutta l\u2019estate e la prima domenica di settembre quando dal Monte ritorna in paese. \u00c8 un pellegrinaggio che coinvolge circa 50000 fedeli che ogni anno si recano in questa cittadina per onorarla. \u00c8 una tradizione che va avanti da secoli tanto da essere stata insignita da Papa Giovanni Paolo II del titolo di Regina delle Genti lucane. Leggendo il romanzo, si evince che questa festa rappresentasse anche all\u2019epoca una parte dei riti sacri del tempo tanto che i contadini di Gagliano ne avessero riprodotto una copia modesta e la festeggiassero anche nel loro paese. Egli infatti scrive: &#8220;Eravamo alla met\u00e0 di settembre, la domenica della Madonna. Fin dal mattino le strade erano piene di contadini vestiti di nero, c\u2019erano dei forestieri, i musicanti di Stigliano e gli artificieri di Sant\u2019Arcangelo, venuti a disporre le bombe e i mortaretti. [\u2026] Il pomeriggio, dopo le ore del caldo, cominci\u00f2 la processione. Usc\u00ec dalla chiesa e percorse tutto il paese. [\u2026] Su un baldacchino retto da due lunghe stanghe, portato a turno da una dozzina di uomini, veniva la Madonna. Era una povera Madonna di cartapesta dipinta, una copia modesta della celebre e potentissima Madonna di Viggiano e aveva, come quella, il viso nero: era tutta coperta di abiti di gala, di collane e di braccialetti. [\u2026] Non si vedeva, negli occhi delle persone, felicit\u00e0 o estasi religiosa, ma una specie di follia, una pagana smoderatezza, e come uno stordimento a cui si lasciavano andare. Tutti erano eccitati. [\u2026] Sugli usci di tutte le case i contadini aspettavano la processione con in mano un cesto di grano, e al suo passaggio ne buttavano piene manciate sulla Madonna, perch\u00e9 si ricordasse dei raccolti e portasse la buona fortuna. [\u2026]<strong> <\/strong>La Madonna dal viso nero, tra il grano e gli animali, gli spari e le trombe, non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinit\u00e0 sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi&#8221;(pp. 102-104). <br>In ogni abitazione dei contadini vi \u00e8 un\u2019immagine della Madonna Nera che, con il suo sguardo, assiste e protegge i suoi fedeli. Infatti egli dice: &#8220;La Madonna nera non \u00e8, per i contadini, n\u00e9 buona n\u00e9 cattiva: \u00e8 molto di pi\u00f9. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge: e bisogna adorarla. In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i suoi grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita (p.106)&#8221;. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il mimetismo linguistico di Levi<\/strong> <\/h2>\n\n\n\n<p>Levi si ritrova catapultato in una realt\u00e0 in cui la gente non conosce l\u2019italiano e la percentuale di analfabeti \u00e8 pari al 90% della popolazione. Nel saggio <em>\u201cL\u2019Italia linguistica dall\u2019Unit\u00e0 all\u2019et\u00e0 della Repubblica\u201d<\/em>, Tullio De Mauro afferma che in quel periodo le stime fanno ascendere al 2,5% la popolazione in grado di usare attivamente l\u2019italiano e al 6 o 7% (secondo Giacomo Devoto) o quasi al 10% (secondo Arrigo Castellani) la popolazione in grado di capirlo.6 E la stima non sorprende: al primo censimento dell\u2019Italia unita il 78% della popolazione risult\u00f2 totalmente analfabeta, in quegli anni l\u2019istruzione elementare, dove c\u2019era, garantiva soltanto una sommaria alfabetizzazione e l\u2019istruzione postelementare, che poteva portare all\u2019uso della lingua italiana, era riservata allo 0,9% delle fasce giovani. Le potenzialit\u00e0 d\u2019uso della lingua nazionale erano state e restavano consegnate alle sorti della scuola. In realt\u00e0 in quegli anni la scuola, anche a causa di politiche a svantaggio di essa, non riusc\u00ec a fare molto e, per questo, il tasso dell\u2019analfabetismo rimase comunque alto. Tutto ci\u00f2 \u00e8 evidente anche in<em> Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em> dove l\u2019autore si rende sin da subito conto delle condizioni di arretratezza scolastica e culturale sia degli adulti ma in particolare dei bambini, i quali frequentano pressocch\u00e9 poco la scuola del tempo. Quindi egli impara a conoscere il loro dialetto, anche se in <em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli<\/em> non se ne trovano tracce consistenti. Quando impiegate, le espressioni dialettali vengono spiegate subito dopo o quasi. Ad esempio: \u00abAddo vades?\u00bb, che significa: \u00abDove vai?\u00bb; e \u00abNint\u00bb, cio\u00e8: \u00abNiente\u00bb. Infatti scrive Levi: &#8220;Io pensavo a quante volte, ogni giorno, sentivo usare questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini \u2013 Nint \u2013 come dicono a Gagliano. Che cosa hai mangiato? \u2013 Niente Che cosa speri? \u2013 Niente [\u2026] (p.163)&#8221;. <br>Un\u2019altra parola che colpisce il lettore \u00e8 \u2018\u201dcristiano\u201d\u2019. Levi, riprendendo le parole dei contadini scrive: &#8220;Noi non siamo cristiani, \u2013 essi dicono \u2013 Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli. Cristiano vuol dire nel loro linguaggio uomo. [\u2026] Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma. [\u2026] (p. 1)&#8221;. <br>Da questa citazione emerge il fatto che i contadini subiscono le scelte politiche di chi si trova al di l\u00e0 dell\u2019orizzonte ed \u00e8 completamente disinteressato ai problemi di queste terre. Cristo qui sembra non essere arrivato davvero: sono terre vergini, non conquistate da nessuno, dove il ritmo lento della vita contadina caratterizza l\u2019andamento delle stagioni dell\u2019anno.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Ernesto De Martino, <em>Sud e magia<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2002.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Le citazioni da Cristo si \u00e8 fermato a Eboli sono tratte dall\u2019edizione Einaudi del 1990.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Da \u00abGalliera\u00bb, 3-6 (1967), pp. 237-40, a cura di A. Marcovecchio, numero monografico dedicato a Carlo Levi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Rocchina Filippo Supervisione prof. 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