di Lorenzo Brusco

Dalla rivoluzione industriale all’intelligenza artificiale

Come sappiamo nel corso della storia ogni rivoluzione industriale ha portato un cambiamento nel ruolo dell’uomo nella società e nel lavoro. Negli anni ‘80 l’automazione robotica ha pian piano sostituito operai nelle industrie, l’uomo addetto a compiti ripetitivi venne rimpiazzato da macchine ritenute più efficienti. Tuttavia il cambiamento che ci troviamo ad affrontare oggi è ben diverso. Come evidenziato nel corso dell’intervento della professoressa Francesca Abate durante l’AI Week organizzata da Unicollege, l’intelligenza artificiale sostituisce non solo la forza lavoro nelle fabbriche o in banca dove saldatori, verniciatori, impiegati e addetti a compiti ripetitivi vengono rimpiazzati da macchine, ma inizia ad entrare in ambiti più complessi dove le capacità cognitive sono essenziali, e che fino a poco tempo fa erano un’esclusiva dell’essere umano: l’analisi, la sintesi, la creatività e il giudizio.
Notiamo quindi che, se in passato l’intelligenza artificiale andava ad ampliare le capacità umane, ora al contrario limita la nostra dimensione cognitiva, mettendo in dubbio il ruolo dell’uomo nella società. È proprio per questo che le domande che emergono oggi sono più profonde, e vanno ad analizzare l’identità dell’essere umano in contrapposizione con l’AI e con il sistema economico e sociale.

La dipendenza tecnologica e il paradigma tecnocratico

I giganteschi passi in avanti della tecnologia portano con sé problemi non da sottovalutare, primo fra tutti la dipendenza tecnologica. Alcuni esempi reali sono le e-mail automatiche o app che organizzano la giornata. L’uomo rischia di diventare succube dell’intelligenza artificiale, andando a delegare ad essa tutte le funzioni cognitive caratteristiche dell’essere umano.
Strettamente legato al concetto di dipendenza tecnologica troviamo l’affermazione di un paradigma tecnocratico, cioè l’avanzamento di una mentalità che tende a risolvere tutti i problemi del mondo unicamente attraverso l’utilizzo di mezzi tecnologici, elevando così l’efficienza economica a discapito della dignità umana.
Gli individui, dunque, potrebbero arrivare ad una vera e propria atrofia delle facoltà umane, per la precisione atrofia cognitiva. Si tratta di un indebolimento delle capacità cognitive che col tempo ci porterà a perdere alcune abilità mentali; un banale esempio è l’utilizzo del GPS o della telecamera posteriore delle macchine. Questo accade nella nostra vita quotidiana ma anche nel mondo del lavoro in cui il fenomeno è ancora più evidente, dato che l’AI viene utilizzata per rispondere alle e-mail, realizzare report o presentazioni.

L’attività umana ed economica minata dall’eterodirezione

Un ulteriore aspetto critico lo troviamo nel fenomeno dell’eterodirezione dell’individuo. L’uomo tende a diventare un soggetto prevedibile e malleabile, facendosi influenzare nelle sue scelte, che non provengono più dall’interno ma vengono orientate ed indotte dall’intelligenza artificiale. Gli algoritmi ci consigliano cosa comprare, cosa ascoltare e cosa leggere. Le nostre scelte sono quindi condizionate dall’esterno, ed è proprio così che l’AI compete con l’uomo, non solo in lavori ripetitivi ma anche in capacità umane complesse.
L’attività umana non deve essere vista soltanto come attività economica; ridurla soltanto a un fattore produttivo è limitante, e il lavoro è uno spazio creativo dove l’uomo può esprimersi e realizzarsi.
L’individuo affronta una perdita di reddito ma anche una diminuzione di spazio, possibilità ed espressione della dignità che otteneva proprio tramite l’attività lavorativa. Qui entra in gioco il concetto della dignità ontologica: una dignità che appartiene all’essere umano in quanto tale, indipendentemente dal ruolo sociale, dal successo o dal reddito. Questo è un argomento su cui si discute già da tempo e anche Adam Smith, spesso ricordato come teorico del libero mercato, sottolinea l’importanza della dimensione morale dell’economia, che nasce all’interno di relazioni umane, fondate su fiducia e responsabilità.
L’obiettivo è quindi quello di umanizzare l’economia, riconoscendo come lo spazio lavorativo possa essere luogo in cui l’individuo elabori la sua creatività, intuizione e giudizio.

Il Lume contro l’Intelligenza artificiale

L’economia è uno strumento al servizio dell’uomo, la sfida è quella di riportarla alla sua finalità originaria, cioè servire la persona. In questo modo l’essere umano si riposiziona al centro.
Per fare quindi un parallelismo dovremmo tornare indietro nel tempo, quando per la prima volta l’uomo si posizionò al centro: l’Illuminismo.
Come noto, l’Illuminismo fu un movimento politico, sociale, culturale e filosofico che si sviluppò in Europa nel XVIII secolo: l’uomo si mise al centro del pensiero critico e razionale abbandonando l’ignoranza e la superstizione. La luce, il cosiddetto ‘lume’, fece aprire metaforicamente la mente dell’individuo, utilizzando ragione e scienza per ottenere risposte. Per citare Kant, “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole”; con queste parole il celebre filosofo evidenziò la dipendenza dell’uomo da autorità esterne. E con l’invito kantiano “Sapere aude” invitava l’individuo ad avere coraggio di pensare con la propria testa. Tramite queste riflessioni possiamo comprendere l’importanza di sviluppare un pensiero critico, tenere la nostra mente attiva, vigile e pronta, senza soccombere a forze esterne. Mentre in passato si mirava all’emancipazione dell’individuo, ora dobbiamo confrontarci con la possibilità di una nuova forma di dipendenza da non sottovalutare, dato che rischiamo di sottometterci a sistemi tecnologici e algoritmi.

Capitale umano e formazione come forza per la società che verrà

Come abbiamo già affermato la tecnologia rivoluzionaria ha portato un cambiamento nella vita di tutti i giorni, ma soprattutto nel mondo del lavoro. Alcuni profili professionali, col passare degli anni, potrebbero diventare obsoleti. Non per mancanza di abilità umane, ma piuttosto per l’impossibilità dell’uomo di competere con sistemi automatizzati più efficienti e meno costosi.
Una logica di mercato che utilizza tecnologie avanzate comporterà migliori prestazioni a un costo minore. E se le macchine sono più efficienti dell’uomo, dobbiamo focalizzarci su tutte quelle attività umane che sfuggono all’efficienza e alla performance, riportando quindi l’uomo al centro. Nel mondo del lavoro è importante la creatività, l’intuizione, attività che valorizzano il fattore qualitativo piuttosto che quello quantitativo. La sfida è quella di creare sistemi tecnologici che puntino sul capitale umano e non sul sostituire tutte le attività umane. Serve evitare di ricadere in un’apartheid cognitiva, cioè una situazione in cui all’uomo vengono affidati compiti di basso profilo, ripetitivi e residuali e al contrario all’intelligenza artificiale compiti più interessanti. L’individuo deve continuare a svolgere mansioni “importanti”, interessanti e creative, evitando così mansioni subalterne. L’AI dovrebbe essere utilizzata come supporto cognitivo, per aumentare competenze e capacità, preservando le attività umane che non devono essere sostituite da quelle delle macchine. Il cambiamento dovrebbe partire direttamente dal sistema educativo, motivo per il quale è necessario sviluppare un pensiero critico favorevole alla formazione e alla riqualificazione come sistema permanente nel percorso dell’individuo. Discostiamoci dall’idea per cui una volta finiti gli studi si debba smettere di imparare e aggiornarsi; la formazione non finisce mai, neanche nel mondo del lavoro, e anzi diventerà sempre di più un elemento importante per la società che verrà.
Concludendo: una tecnologia come l’AI non deve essere demonizzata, ma piuttosto utilizzata nel modo giusto con un approccio antropocentrico, per il quale i principi etici garantiscono la formazione e il rispetto della dignità umana.

Fonti

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