di Shamari Li Pomi

Che cos’è e perché è così importante

Lo Stretto di Hormuz è uno stretto marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Si trova tra l’Iran a nord, gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a sud. È situato in una regione piena di ricchezze petrolchimiche e viene considerato un punto di equilibrio (o di crisi) della geopolitica globale. Infatti, circa il 20% del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto diretto verso Europa ed Asia passano da questo chokepoint. In caso di tensioni internazionali, le conseguenze non restano confinate nella regione. Questa strettoia marittima, al contrario, è in grado di interrompere il commercio di petrolio, causare rincari dei prezzi del carburante, dei trasporti e del cibo a livello mondiale, e plasmare le economie di Paesi geograficamente lontanissimi.  Il trasporto di petrolio e gas verso il resto del mondo è reso possibile dall’apertura dello Stretto. A sua volta, questa dipende dalle decisioni dei Paesi confinanti e dai conflitti che hanno con altre nazioni. L’Iran, ad esempio, controlla una delle due sponde principali, ovvero quella settentrionale. Gli effetti del conflitto armato con USA e Israele, infatti, non hanno tardato a farsi sentire sul mercato globale. L’Oman, invece, con la sua penisola del Musandam, controlla la parte sud-orientale della zona e si è rivelato spesso un mediatore neutrale tra l’Iran e l’Occidente. Tra le aree di influenza dei due Paesi mediorientali, troviamo il canale marittimo vero e proprio, formato da acque internazionali per il transito. Prima della guerra, erano circa 140 le petroliere che transitavano nello Stretto al giorno. Nelle giornate più critiche del conflitto, questa cifra è scesa a una o zero navi. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, alcuni paesi traggono beneficio da questa situazione. L’Iran, di recente, ha esportato più petrolio rispetto a quanto fatto la settimana prima della chiusura. I carichi erano prevalentemente diretti in Cina, che a sua volta trova dei vantaggi in questa crisi. Ma questo non è tutto. Vediamo più nel dettaglio cosa accade in quest’area lontana, ma incredibilmente vicina a noi.

Geografia del potere

Ormai è chiaro a tutti: la guerra non si combatte solo con le armi, ma anche tramite lo sconvolgimento dei mercati. L’Iran, in risposta agli attacchi statunitensi, ha imposto dei pedaggi alle navi che attraversano la strettoia. Petroliere, metaniere e navi con carichi energetici devono seguire determinate regole. Tra queste, passare lungo rotte controllate e prossime alla costa iraniana, comunicare il carico e, in alcuni casi, pagare pedaggi (attorno ai 2 milioni di dollari o circa 1 dollaro al barile). Inoltre, secondo fonti recenti, quello dell’Iran è un sistema selettivo: le navi iraniane non pagano nulla, quelle “amiche” o neutrali effettuano pagamenti e quelle di paesi ostili vengono bloccate o respinte. 
L’accordo di cessate il fuoco dell’8 aprile 2026 prevedeva una tregua di due settimane, proposta da Trump, in cambio della riapertura completa e sicura dello Stretto. Questo accordo, però, non ha avuto esito positivo: i negoziati sono falliti dopo pochi giorni; le condizioni non sono state rispettate. Per non parlare di quanto la pace tra i due attori internazionali in realtà non esista. Attualmente, i passaggi giornalieri sono pochi e i pedaggi sembrano essere ancora applicati de facto. Tutto questo a scapito del diritto internazionale, che propugna il libero passaggio negli stretti, come ricorda il capo dell’agenzia marittima dell’ONU, Arsenio Dominguez. Questo quadro lascia intendere che siamo ben lontani da un ritorno alla normalità. Al contrario, le tensioni sono ancora innumerevoli. 

La sconfitta della diplomazia

Il fallimento di questa tornata di negoziati, tenutasi nella capitale pachistana, ha aperto altri scenari preoccupanti. I colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal Pakistan, infatti, avevano come tema centrale quello di ridurre le tensioni in Medio Oriente. I punti principali, inoltre, riguardavano la questione del nucleare, una de-escalation militare e, come punto più delicato, proprio il braccio di mare conteso. A detta dell’Iran, le richieste dell’amministrazione Trump erano irragionevoli. Gli Stati Uniti, invece, hanno subito perso interesse nella buona riuscita dei colloqui, poiché Teheran non era disposto ad abbandonare definitivamente il nucleare. Subito, però, un funzionario iraniano smentisce il fatto: il Paese vuole disporre di energia nucleare per scopi pacifici e nessuno può violare questo diritto inalienabile. Malgrado i pessimi risultati diplomatici, non ogni speranza è perduta: il premier pachistano assicura che i negoziati proseguiranno, dopo questa fase di stallo. 
A far tornare il cattivo umore, però, troviamo subito una sfilza di altri eventi, ben poco pacifici. Secondo alcune fonti, infatti, diverse navi della Marina hanno attraversato lo Stretto, incuranti delle minacce dei pasdaran. Non hanno tardato ad arrivare, però, smentite e contro smentite degli avvenimenti. Un altro tema scottante è quello delle mine (circa una dozzina) che il regime islamico avrebbe deciso di posizionare, mediante piccole imbarcazioni, e che minacciano la sicurezza della zona dall’inizio del conflitto. Secondo alcuni funzionari statunitensi, inoltre, le carte nautiche utilizzate per evitare collisioni durante la navigazione non sono totalmente affidabili. Difatti, si pensa che le mine siano state posizionate in modo da spostarsi. Stando a quanto sostenuto dal Nyt, Teheran non è in grado di conformarsi alle richieste statunitensi proprio perché non riesce a localizzarle. E questo, ovviamente, rappresenta un altro ostacolo per la diplomazia internazionale.

Cosa ci aspetta adesso?

Il futuro è tutt’altro che roseo: Trump ha annunciato il blocco navale di Hormuz. Secondo il Wall Street Journal sono presenti più di 15 navi statunitensi a condurre l’operazione, in vigore dal 13/14 aprile 2026. In sostanza, cacciatorpediniere, sottomarini ed altre unità da guerra si occupano di individuare le navi dirette verso porti iraniani o sospettate di commerciare con il nemico. L’obiettivo è chiaro: colpire economicamente il regime. Il Paese a stelle e strisce ha anche l’intenzione di rimuovere le mine presenti sott’acqua e, quindi, “bonificare” l’area, a detta del Presidente.  Per quanto questi si presenti sicuro di sé, la realtà è un’altra. Ciò che realmente lo preoccupa è la presenza di droni iraniani nell’area interessata. Gli USA vorrebbero evitare, a ben vedere, di spendere miliardi per i danni alle navi della Marina. È  per questo che il blocco navale mantiene comunque distanze operative variabili. Da queste notizie si evince che lo shock economico globale è lontano dalla fine. La chiusura dello Stretto, a livello mondiale, causa la cancellazione di circa 17 milioni di barili al giorno e un aumento generale dei prezzi. Inoltre, sarà necessario ricalibrare altre rotte marittime: circa il 12/13% del commercio globale dovrebbe circumnavigare l’Africa. Tra i danni più tangibili dai cittadini, troviamo anche prezzi esorbitanti per i voli. L’Europa, di fatto, importa dal Golfo il 40% del carburante aereo. Questo potrebbe causare una carenza sistemica di jet fuel nel continente. 
C’è un altro dettaglio da ricordare: i cittadini statunitensi risentono di questo conflitto, anche se la nazione è tra i primi produttori di petrolio al mondo. Da una parte, si verifica un aumento della produzione interna. Le compagnie americane, quindi, guadagnano di più. Dall’altra, invece, i consumatori pagano di più il petrolio (che ha un prezzo globale unico). Trump vorrebbe terminare le azioni militari, che si sono rivelate tutt’altro che benefiche. Ha bisogno, però, di una vittoria da poter raccontare e, al momento… questa non esiste.  

Fonti consultate:



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