Turismo, trasformazioni urbane e fragilità dell’artigianato nel centro storico

di Emma Guandalini

Il centro storico di Firenze è conosciuto in tutto il mondo per la sua atmosfera rinascimentale, tra vicoli stretti, palazzi storici con grandi giardini, monumenti iconici e scorci che sembrano sospesi nel tempo. Proprio per questa unicità, dal 1982 la città è iscritta al Patrimonio Mondiale UNESCO, diventando così una delle mete più visitate d’Europa. Ogni anno milioni di turisti attraversano continuamente la città, trasformando lo spazio urbano in un luogo di consumo continuo.
Secondo le stime recenti elaborate dal CST Firenze sui dati dell’Osservatorio Turistico, nel 2025 la città ha registrato più di 4 milioni di arrivi turistici e 9,7 milioni di presenze turistiche, con una crescita rispettivamente del 7,1% e dell’8,5% rispetto all’anno precedente.
Nonostante questi numeri suggeriscano un incremento sostanziale per l’economia della città, si inseriscono tuttavia nell’ambito del cosiddetto overtourism, presentando una serie di problematiche ancora più profonde. Per i visitatori l’esperienza turistica diventa sempre più affollata e standardizzata, mentre i residenti vedono cambiare progressivamente e radicalmente il proprio ambiente di vita.
L’overtourism, infatti, è un concetto molto più ampio di quanto si pensi. Non si tratta solo di considerare il numero di visitatori presenti in uno stesso luogo di interesse, come il turismo di massa, ma indica la situazione in cui una località riceve un numero di visitatori superiore alla propria capacità di carico. Le conseguenze di questo fenomeno sono molteplici e causano una profonda trasformazione della struttura urbanistica della città, oltre che all’economia, all’ambiente e all’identità socio-culturale.
Il sindaco di Firenze Sara Funaro spiega che “ci sono 10,5 milioni di turisti concentrati solo nei 5 km2 del centro storico”. Inoltre, secondo un recente studio condotto da Discovercars.com, nel 2025 Firenze ha registrato 2 028 turisti ogni 100 residenti, su una popolazione di circa 360.000 abitanti, collocandosi tra le città europee con la più alta pressione turistica relativa.

La città si trasforma: monocultura turistica e ambienti di vita a rischio

Uno degli effetti più evidenti emersi da questa trasformazione è la speculazione immobiliare. Negli ultimi anni, una parte significativa degli appartamenti del centro storico è stata convertita in affitti brevi, spesso attraverso piattaforme digitali come Airbnb, Tripadvisor, aumentando da circa 100 unità nel 2012 a oltre 9 mila nel 2025. (Il Manifesto, 2025).
Questo fenomeno ha ridotto considerevolmente la disponibilità di alloggi per i residenti e contribuito all’aumento dei prezzi, rendendo sempre più difficile vivere stabilmente nel cuore della città. Parallelamente, anche il tessuto commerciale di Firenze si è adattato alla nuova domanda. Le attività storiche e i negozi di prossimità situati da tempo nel centro città vengono progressivamente sostituiti da ristoranti, negozi di souvenir e attività orientate quasi esclusivamente al turismo. Il risultato è una trasformazione non solo economica, ma anche sociale, che rende la città sempre più omogenea e pensata per un consumo rapido e immediato. La crescita di un’economia sempre più legata al turismo ha dunque causato un’evidente riduzione dei residenti, modificando le relazioni di quartiere e il senso di appartenenza e contribuendo ad una progressiva perdita di identità urbana e culturale.
In questo senso, come evidenziato anche nel volume Firenze: la fabbrica del turismo, Firenze tende sempre più a configurarsi come un sistema in cui lo spazio urbano viene progressivamente organizzato in funzione della produzione e del consumo immediato dell’esperienza turistica. Tuttavia, le trasformazioni in atto a Firenze, non sono da attribuire esclusivamente al turismo, ma si inseriscono in un contesto più ampio che include dinamiche economiche globali, mutamenti culturali e cambiamenti nelle modalità di consumo. Il turismo, in questo scenario, non rappresenta una causa unica, ma agisce piuttosto come un acceleratore, rendendo più visibili e più rapidi processi già in corso.

Dentro l’Oltrarno: botteghe artigiane e crisi identitaria

Questa consapevolezza emerge con maggiore chiarezza quando si osserva la città da vicino e seguendo itinerari meno conosciuti. Infatti, camminando per le strade dell’Oltrarno, storicamente cuore della produzione artigianale fiorentina, il paesaggio urbano appare radicalmente diverso da quello reso celebre dall’immaginario turistico. Accanto alle botteghe ancora attive si incontrano saracinesche abbassate, spazi degradati e locali in disuso o spesso convertiti in attività volte principalmente a soddisfare le esigenze dei turisti.
In quartieri come Santo Spirito e San Frediano, un tempo caratterizzati da una forte presenza di laboratori artigiani e da una rete di negozi e relazioni di prossimità, il cambiamento è sempre più evidente. Qui, infatti, le attività tradizionali convivono sempre più difficilmente con un contesto urbano in cui la domanda è dettata da permanenze brevi e da un turismo che privilegia l’immediatezza rispetto alla profondità dell’esperienza.
Dunque, il fulcro della questione si sposta: non si tratta più soltanto di numeri o flussi, ma di pratiche quotidiane che da sempre fanno parte dell’identità culturale locale, che faticano a trovare spazio in una città ormai preda delle dinamiche del turismo globale.

Le voci degli artigiani

Come emerge dalle testimonianze raccolte direttamente nelle botteghe, il rapporto tra turismo e produzione artigianale nel quartiere dell’Oltrarno si traduce in esperienze molto diverse tra loro.
“Di cento persone che guardano, una compra”, racconta un argentiere della zona, mettendo in evidenza come le botteghe diventano luoghi osservati, fotografati, attraversati, ma non necessariamente qualitativamente compresi e sostenuti economicamente.
Alcuni artigiani scelgono di non modificare la propria produzione, mantenendo standard elevati e una forte identità. È il caso, ad esempio, della storica bottega “Il Paralume” in Borgo San Frediano che continua a lavorare secondo tradizione senza adattarsi alle logiche del turismo. In questi casi, la clientela resta internazionale e selezionata, e l’impatto del turismo appare meno diretto. Altri, invece, si trovano in maggiore difficoltà nel trovare un equilibrio tra qualità, sostenibilità economica e nuove forme di domanda. “Il quartiere non esiste più, vedo solo valigie”, racconta un’artigiana di San Frediano.
Il cambiamento non riguarda solo il lavoro, ma anche il contesto sociale: meno residenti, meno relazioni, meno continuità.
A queste difficoltà si aggiungono fattori strutturali che vanno oltre il turismo: l’aumento degli affitti, la scomparsa di fornitori e collaborazioni locali e, soprattutto, la mancanza di ricambio generazionale. Sempre meno giovani scelgono di intraprendere un mestiere artigiano, rendendo incerto il futuro di molte attività. In questo senso, più che parlare di un semplice declino, emerge una trasformazione complessa, in cui il valore dell’artigianato persiste, ma le condizioni che ne permettono l’esistenza risultano sempre più fragili.

Quale futuro per l’artigianato fiorentino?

Di fronte a queste trasformazioni, il dibattito sulle possibili soluzioni è sempre più acceso. Da un lato, si sottolinea la necessità di regolamentare gli affitti brevi e contenere la pressione turistica. Dall’altro, emerge l’importanza di sostenere attivamente le attività locali, non solo come patrimonio culturale, ma come parte integrante della vita urbana. L’artigianato non rappresenta soltanto un’eredità del passato, ma una pratica culturale viva, che contribuisce quotidianamente alla produzione di identità, relazioni sociali e continuità urbana.
Alcune iniziative istituzionali mirano a promuovere un turismo più sostenibile e a valorizzare percorsi alternativi. Tuttavia, molti operatori evidenziano come queste misure risultino ancora insufficienti rispetto alla rapidità dei cambiamenti in atto.
La questione, oggi, non riguarda soltanto il numero dei visitatori, ma il modello di città che si intende costruire. Firenze si trova di fronte a una scelta: continuare a svilupparsi come destinazione globale o trovare un equilibrio tra attrattività turistica e qualità della vita?
In questo equilibrio si gioca non solo il futuro dell’artigianato, ma quello dell’identità stessa della città. “Non è il mestiere a mancare, sono le condizioni per farlo”.
Ed è forse proprio qui che si concentra la trasformazione più profonda di Firenze: non nella perdita del suo patrimonio, ma nella progressiva erosione delle condizioni che lo rendono possibile. Una trasformazione silenziosa, che non cancella il patrimonio della città, ma ne ridefinisce progressivamente il significato e le condizioni stesse di esistenza.

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